Con grande piacere presentiamo il racconto erotico di un altro fan del blog : Frank Cesello.
Frank ci porta indietro nel tempo e precisamente nei giorni dell'indimenticabile (ed indimenticata) nevicata del 1985 che ricoprì letteralmente tutto il Nord Italia .
Grazie Frank!
Donato e Tippy
Torino, 15 gennaio 1986.
Se chiudo gli occhi, sento ancora quel silenzio innaturale. La "nevicata del secolo", come oggi viene ricordata, aveva trasformato la città in un deserto bianco e immobile. I portici di via Roma sembravano le navate di una cattedrale di ghiaccio e le auto erano solo gobbe informi sotto un metro di neve soffice.
Io avevo vent’anni, la fame di chi deve ancora mangiare il mondo e le ossa che vibravano per il freddo e per l'ormone a mille. Lei ne aveva quaranta. All'epoca, per me, era un’eternità; oggi so che era nel pieno della sua estate più feroce.
Si chiamava Valeria. Era la moglie di un avvocato che passava troppo tempo a Roma, e io ero solo il giovane ragazzo che consegnava i rullini, sviluppati dal negozio di fotografia, a domicilio.
Quando mi aprì la porta del suo appartamento in corso Vittorio Emanuele II, l'ondata di calore che uscì dal salone mi schiaffeggiò. C’era musica lenta a basso volume — qualcosa di torbido, forse un brano di Mina — e l'odore del legno di ciliegio che bruciava nel camino.
«Sei congelato, Marco,» disse lei, guardandomi dall'alto in basso.
Valeria indossava una vestaglia di seta color antracite, lunga fino ai piedi, ma legata così male che a ogni movimento si apriva come un sipario su gambe che non avevano bisogno di presentazioni. Io restai lì, con la borsa delle stampe in mano, sentendomi un bambino goffo davanti a una divinità.
«Vieni vicino al fuoco. Togliti quel giubbotto inzuppato.»
Le sue mani erano calde quando mi aiutò a sfilare il giubbotto di pelle. Non era una gentilezza materna. Era un’ispezione. Le sue dita indugiarono sulle mie spalle, poi scesero lungo le braccia. Io ero teso come una corda di violino, il cuore che picchiava contro le costole come un carcerato che vuole evadere.
Mi fece sedere sul divano nero davanti al camino. Mi porse un bicchiere di brandy: «Per riattivare la circolazione,» disse con un sorriso che era metà sfida e metà promessa.
Si sedette su una poltrona di fronte a me, incrociando le gambe. La seta scivolò via, rivelando la pelle ambrata sopra il bordo di una calza autoreggente nera. In quel momento, il fuori non esisteva più. Non esisteva Torino, non esisteva la fitta neve che continuava a seppellire i lampioni, non esistevano le Brigate Rosse o la FIAT. C'era solo l’attrito dei miei pensieri ormonali contro la realtà di quel corpo così vicino.
«Hai paura di me, Marco?» mi chiese, chinandosi in avanti. Il profumo del suo corpo — un misto di muschio bianco e pelle scaldata dal sole — mi riempì i polmoni.
«No,» mentii, e la mia voce era un'ottava più bassa.
Lei ridacchiò, un suono profondo che le partiva dalla gola. Allungò una mano e mi accarezzò la guancia con il dorso delle dita, scendendo poi verso il collo, dove senti il mio battito accelerato.
Il brandy mi bruciava in gola, ma non era nulla in confronto al fuoco che Valeria alimentava con lo sguardo. Si alzò per un istante, non per allontanarsi, ma per posare il suo bicchiere sul marmo del camino. Nel farlo, la vestaglia si aprì completamente per un calcolo preciso della gravità.
«Mio marito è a Roma per "questioni delicate", Marco,» disse, e il tono era intriso di un disprezzo velenoso. «Dice che sta salvando l’onore di qualche pezzo grosso del Ministero coinvolto nel crack della banca di turno. Ma io so che sta solo ripulendo il sangue dai tappeti degli altri. È un uomo che vive tra le ombre, e le ombre sanno di cenere.»
Si voltò verso di me. Sotto la seta non c’era trucco, non c’erano inganni. Solo la maturità prorompente di una donna che sapeva esattamente cosa chiedere a un corpo di vent’anni.
Si inginocchiò tra le mie gambe, sul tappeto persiano che profumava di polvere antica e lusso. Le sue mani, calde e sapienti, scivolarono sulle mie cosce, risalendo con una lentezza torturante. Io ero paralizzato, un cervo abbagliato dai fari di una Lancia in corsa.
«Lui traffica con i segreti dello Stato,» sussurrò lei, avvicinando le labbra al mio orecchio mentre le sue dita sbottonavano i miei jeans con una velocità che mi fece mancare il fiato. «Io, invece, preferisco i segreti della carne. Sono molto più onesti.»
Quando le sue labbra incontrarono le mie, sentii il sapore del brandy e del tabacco dolce. La sua lingua era un invito alla perdizione, un comando a cui i miei vent'anni risposero con una violenza che quasi la fece sussultare. Mi afferrò i capelli, tirandoli leggermente per costringermi a guardarla mentre la sua vestaglia scivolava definitivamente a terra, rivelando un corpo che era un capolavoro di curve e ombre sotto la luce tremolante delle fiamme.
Valeria, sollevandosi, osservò i miei movimenti goffi mentre mi sfilavo la maglietta. «Non aver fretta,» mormorò, con una voce che pareva più ardente della brace. «Il ghiaccio, là fuori, regnerà per tutta la notte e io voglio assaggiare ogni parte di te.»
Mi inginocchiai a mia volta. Con le mani attraversate da un lieve tremito le sfiorai i fianchi nudi, affondando il viso contro la sua pelle per inalarne il calore sprigionato. Lei mi catturò una mano e la guidò, con esasperante lentezza, lungo il fianco e giù per la coscia, fino a raggiungere il fulcro umido e segreto tra le sue gambe.
«Qui,» sospirò, serrando le palpebre in un respiro che si fuse al crepitio della legna che ardeva.
«Qui è dove ogni cosa ha inizio. Non forzare. Ascolta.»
Le mie dita, guidate dalle sue, esplorarono una morbidezza inimmaginabile, un calore che sembra pulsare a ritmo con il fuoco. Era bagnata, completamente, e il succo di lei mi inumidiva le dita, un profumo intenso, animale, che mi riempiva le narici e la gola. Valeria arcuò la schiena, un gemito lungo e soddisfatto che si perse nella musica.
«Esatto» ansimò, aprendo gli occhi per guardarmi, le pupille dilatate che riflettevano le fiamme.
«Ora... fai come ti dico. Lento. Un dito dentro. Solo la punta.»
Obbedii , con la mente in fiamme, il corpo teso come una corda di violino. La sensazione fu incredibile: una stretta calda, vellutata, che mi avvolse. Lei muoveva i fianchi, guidandomi in un ritmo antico, insegnandomi la pressione giusta, l'angolo perfetto. L'ombra dei nostri corpi sul muro fu un'unica, mostruosa creatura che si contorceva.
«Non è come nei tuoi sogni da ragazzo, vero?» mi disse, mentre con l'altra mano mi faceva scendere i jeans, liberando la mia grossa erezione, dura e impaziente. La sua mano esperta non esitò e lo strinse, una carezza ferma che mi fece gemere. «La realtà è più porca. Più dolce. Più... vera.»
Lei si girò, mettendosi a carponi, il suo culo offerto alla luce del fuoco, una curva perfetta e invitante. Mi prese la mano e se la portò di nuovo lì, bagnandola ancora di più con la sua stessa essenza, poi la guidò sul suo sesso, dalla fessura umida fino al nodo teso del clitoride, facendola scorrere su e giù con una pressione che la fece urlare dentro. Poi, con un movimento fluido, si girò sdraiandosi, osservando con voglia la mia verga dritta e gonfia.
«Adesso», comandò, con la voce piena di desiderio. «Adesso scopami Marco. Ma piano. Fino in fondo, ma un centimetro alla volta. Voglio sentire ogni millimetro di te che mi apre.»
Io, con un gemito strozzato, obbedii. La punta del mio giovane cazzo, già lucido di seme, incontrò quella resistenza calda, incredibilmente stretta. Spinsi, lentamente, come lei aveva ordinato, mentre le fiamme scoppiettavano più forte, come complice. Lei gemette, una nota bassa e piena di piacere, mentre lo prende dentro di sé, centimetro dopo centimetro.
«Infilalo tutto», sibila, affondando le dita nel tappeto. «Cazzo, sì... tutto. Non muoverti ancora. Sentimi... sentimi stringerti.»
La stretta interna fu quasi dolorosa, un abbraccio di muscoli vivi che pulsavano intorno a me. Ansimai, la fronte sudata premuta tra le sue scapole, le mani che le afferrano i fianchi, le dita che affondano nella carne morbida. Fuori, la neve ghiacciata, ma dentro c'era solo questo inferno umido, questo calore che ci fondeva insieme. Lei iniziò a muoversi, prima lentamente, poi con crescente ferocia, insegnandomi il ritmo, mostrandomi come spingere più a fondo, come trovare l'angolo che la faceva urlare. I nostri corpi si scontravano, un suono di carne su carne, sudore e baci. Il suo orgasmo arrivò prima, un tremito violento che la fece contrarre intorno a me come una morsa, un fiume caldo che mi inondò, spingendomi oltre il limite.
Persi il controllo, la mia irruenza esplose finalmente libera. La afferrai, appoggia le sue gambe aperte sopra le mie spalle e continuai a penetrarla con colpi profondi, animaleschi, ogni spinta un gemito, ogni ritirata un'agonia. «Valeria... cazzo, Valeria... godo, vengo»
Lei gridò, il mio nome come una preghiera roca, mentre io svuotavo tutto me stesso dentro di lei, ondata dopo ondata, flotti caldi e densi. Crollammo insieme distesi sul tappeto, intrecciati, ansimanti, coperti di un sudore che brillava al fuoco. Fuori, la città era sepolta nel silenzio di ghiaccio. Dentro, c'era solo l'odore del sesso, del legno bruciato, e della nostra pelle.
Valeria, dopo una eternità, girò la testa e mi baciò la spalla, un bacio salato. "Benvenuto», sussurrò, esausta e soddisfatta. «Benvenuto nel mondo delle troie, Marco.» Le sue unghie avevano lasciato solchi leggeri sulla mia schiena, piccoli trofei di guerra che avrei portato con orgoglio sotto la maglietta di lana.
«Vedi, Marco?» disse ancora guardando la neve che continuava a battere silenziosa contro i vetri.
«Lassù, in collina, i lupi ululano perché hanno fame. Qui dentro, noi abbiamo mangiato tutto quello che c'era da mangiare. Mio marito tornerà con le mani sporche di inchiostro e di colpe. Io preferisco averle sporche di te.»
Mi accarezzò il viso, e in quel gesto ci fu un barlume di malinconia che mi fece capire quanto fosse profonda la sua solitudine in quella casa piena di mobili d'epoca e segreti sporchi.
Quando uscii, poche ore dopo, la neve aveva smesso di cadere ma l'aria era ancora più gelida. Eppure io non sentivo nulla. Camminavo verso casa con le gambe leggere e quel sapore di peccato e brandy ancora sulle labbra.
Guardai le finestre del suo palazzo spegnersi una ad una. Sapevo che l’indomani, con il ritorno del sole e degli spazzaneve, sarei tornato a essere il ragazzo dei rullini e lei la signora elegante del piano nobile. Ma quel pomeriggio del 1986, mentre Torino restava ferma, io avevo imparato che il calore più pericoloso non viene mai dal fuoco, ma da ciò che si nasconde sotto la pelle.

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