Con grande piacere iniziamo oggi a pubblicare un racconto in più parti dell'amico lettore Guz Meyer.
Guz si dimostra davvero versatile e ci offre un'opera in puro stile decamerotico anni 70!
Grazie Guz!
Parte Prima
Questa storia inizia - come molte altre del resto, al di fuori di una locanda - uno di quei piccoli ostelli che nell’alto medioevo non avevano neppure un nome: erano solamente “la locanda”, ogni altro particolare superfluo ai villici del posto, che giammai si sarebbero spostati per píú di mille pertiche dai luoghi natii.
Non ce ne vogliano i nostri benevoli lettori, se adopereremo unitá di misura tanto desuete nell’affabulare questa storia, né si adirino se non tradurremo nell’idioma corrente, le numerose e variegate imprecazioni che un certo cavaliere lanciava al suo scudiero.
E’ opportuno che si faccia conoscenza con questo baldo guerriero: il suo nome é Manfredo di Roccaritta, fratello minore del Visconte Gualtiero, l’attuale castellano.
Ci si immagini un altero quanto marziale cavaliere d'arme, dalla fluente chioma castana e di bell’aspetto, ritto di fianco a un destriero bardato di tutto punto, le mani ai fianchi.
Il giovane chiamava a pieni polmoni il suo servitore, reo di aver disertato il suo padrone nel momento della partenza dalla locanda in cui avevano pernottato.
“Ranocchio, malnato filio de una scrofa! Mostrati! Lo padron tuo ti chiama, accorri bifolco!”
Il succitato scudiero non si trova peró nella stalla, dove i servitori solitamente si coricavano, ma stava sdraiato su di un letto di una camera sfitta della locanda, ignudo (se non per il cappuccio che gli copriva capo e spalle e che mai toglieva per nascondere una brutta cicatrice sulla nuca). L’attempata ma prosperosa locandiera, nuda dalla vita in giú, lo stava vigorosamente cavalcando, sbuffando e gemendo ad ogni stoccata del di lui uccello.
Ranocchio, le mani unite dietro il capo, si stava godendo la vista delle voluminose natiche della donna che tremavano ad ogni colpo d’anca. Gli sembravano due lune gemelle, tonde e bianchissime, il cui riflesso vibrava sulla superficie di uno specchio d’acqua.
Lo slancio poetico sembrò infondergli nuove forze: afferró le chiappone della matrona e inizió a spingere il bacino verso l’alto a ritmo sostenuto, penetrando la donna in maggior profondità. Venne ricompensato da un gridolino di sorpresa di lei e da un’intensificarsi dei gemiti, che a malapena coprivano gli osceni rumori bagnati del coito.
Fu a quel punto che si avvide dei richiami del suo adiratissimo padrone.
A malincuore arrestò il suo stantuffare e si scusò con la locandiera.
“Mi rincresce ma devo ire, lo padron mio mi chiama.”
“Lo padrone tuo una sega!” sbotto’ il donnone mentre si rialzava faticosamente, lasciando scivolare fuori di sé il pene di Ranocchio, che la tardona stava decisamente apprezzando.
“Tutti uguali voi homini, quattro o cinque botte di fretta e poi tanti saluti!”.
Ranocchio fu lí lí per replicare che nell’arco della nottata aveva ripetutamente dimostrato il valore suo e del suo strale, ma si astenne - poiché raramente é saggio cavillare con una dama che si è mancato di soddisfare pienamente tra le coltri.
Si rivestí rapidamente e si avvió verso le scale, tra i borbottii e le imprecazioni della virago.
Prima di uscire dalla stanza, si giró con un sorriso gaglioffo e disse “Alla prossima allora!”
Richiuse la porta dietro di sé giusto in tempo per evitare di essere colpito dal lancio di un pitale.
—-------------------------------------------------
“Alla bonora, villano infame! Vieni quivi, che ti acconcio io!”
Manfredo stava rincorrendo ranocchio attorno al cavallo, in un grottesco carosello che l’animale sopportava stoicamente.
In un paio di occasioni, il cavaliere riuscì a rifilare un calcio al sedere del suo scudiero, il quale implorava pietá e biascicava scuse mentre cercava di sottrarsi alle ire padronali.
“Sempre a fornicare, malnato suino!”
Dopo qualche minuto, ambo le parti si fermarono a ripigliare fiato.
“Andiamo, avanzo de galera, fammi salire a cavallo che ci aspettano allo castello! De prescia!”
Ranocchio si mise a quattro zampe e Manfredo lo usó come scalino per montare in groppa al suo destriero.
La coppia partí, lasciandosi alle spalle la locanda, a cavallo rispettivamente di un destriero parato di tutto punto e di un somaro, il cui nome - Baudolino - riportiamo per dovere di cronaca.
“Se ci si muove con celeritá, arriveremo prima del pranzo, non sia mai ch’io arrivi tardamente il dí che io conosca la sposa mia!”


Nessun commento:
Posta un commento