martedì 23 giugno 2026

FRA' PIGNONE E LA SPOSA ALEMANNA - PARTE 2 (By Guz Meyer)


 

Continua il decamerotico dell'amico lettore Guz Meyer che ci  accompagnerà per tutta l'estate!

Donato

 

 


Parte Seconda 

—---------------------------------------------------------- 



Il ritorno di Manfredo a Roccaritta era stato celebrato senza badare a spese.

Il cavaliere tornava da due anni di ricerca del Gradale (o Grolla, o Graal). La questua della reliquia piú importante della cristianità si era rivelata infruttuosa ma non per questo meno importante agli occhi di potentati e popolani.

Il motivo del suo ritorno era il suo imminente sposalizio con la figlia di un Conte tedesco, Gunther di Teutoburgo. Le nozze avevano ovviamente una valenza politica, visto che il re di cui il Visconte Gualtiero era valvassore voleva rafforzare la propria posizione con la potente casata germanica e la scelta era caduta sul prestante e coraggioso Manfredo.

Il cavaliere fece il suo ingresso trionfale nel salone del castello, preceduto da un servile Ranocchio, tutto inchini e ossequi.

A dargli il benvenuto, suo fratello Gualtiero e sua moglie Francesca. Il primo era un omone barbuto e sovrappeso, paludato in ricche vesti che ne accentuavano la pinguedine.

La seconda era una splendida dama, dai capelli lunghi e neri, le labbra carnose. Gli occhi sottili e le sopracciglia incurvate le davano un’espressione indecifrabile, a metá tra il triste e il divertito. Ranocchio, come sempre, dovette faticare un bel po' per staccare gli occhi dai fianchi rotondi e il seno prosperoso, che disegnavano una perfetta figura a clessidra.

Ad accompagnare i padroni di casa vi era un’avvenente donzella, alta e slanciata, dai bellissimi occhi azzurri e una cascata di capelli color del grano, raccolti in una spessa treccia che riposava sul seno piccolo e sodo.

“Fratello, é mio onore et privilegio presentarti la tua futura sposa, Madonna Brunilda da Teutoburgo”.

Manfredo si inchinó e la fanciulla rispose con una riverenza.

“Est un onore et uno privilegio, madama Brunilda”.

“L’onore est mio, mein Herr” rispose la fanciulla con un marcato accento germanico. Gualtiero e Francesca apparivano visibilmente soddisfatti.

“Brunilda porta in dote duemila Petecchioni e vasti appezzamenti in terra Alemanna” esclamó soddisfatto il Visconte.

“Oltretutto issa é una fanciulla di specchiata onestá e fede assoluta” proseguí Francesca. “Immagina: la sua famiglia annovera una santa, addirittura!”

“Ja, est lo vero” confermó la fanciulla “la mia prozia Ulrika riuscí ad ammansire una guarnigione di feroci predoni Saraceni nell’arco di una nottata. Allo giungere dell’alba erano sì müde… Stanchi… che furono presi prigionieri.”

“Et come fece issa ad ammansirli?” si ritrovó a chiedere Ranocchio, attirandosi un’occhiataccia di Manfredo.

“Ma con la preghiera!” trilló la fanciulla con uno strano luccichío negli occhi, che probabilmente solo lo scudiero colse.

“A tale proposito” proseguí il Visconte Gualtiero “desidero farti conoscere un sant’uomo che da qualche mese ci onora della sua presenza - Venite, venite Frate!”

All’invito del nobiluomo, un corpulento monaco si avvicinó ai convitati.

Il religioso, vestito di un saio marrone che a malapena copriva il ventre prominente si produsse in un inchino ossequioso, mettendo in mostra una tonsura accentuata da una corona di capelli rossicci e ingovernabili che rendeva il capo del frate comicamente simile al nido di una cicogna.

“MmmmhDomineIddiotesalvete, Cavaliero, chirieleison et cetera” bofonchió il chierico con voce profonda.

Si rialzó e due occhi porcini color del mogano, barricati dietro un nasone rosso e bulboso, scrutarono i nuovi arrivati.

“Lo nome mio est Fra Pignone da Strozzagalli, allo servizio de Iddio e della signoria vostra” muggí l’omone.

“Vedi fratello mio” intervenne Gualtiero “Fra Pignone giunse a Roccaritta quattro mesi or so et da allora dimora nella cella campanaria della torre maschia. Isso divenne lo Padre spirituale della diletta moglie mia, Francesca e financo di Madama Brunilda, con estrema soddisfazione di entrambe e di me medesimo”.

“Domine Gualtiero, faccio solo lo dovere mio” si schermí il fratacchione “Est un honore ascoltare le confessioni delle nobili dame et indirizzarle allo sentiero della sanctitá, con durezza e rigore!”

E qui Ranocchio si avvide di un fugacissimo sorriso della Viscontessa Francesca, che per qualche motivo sembrava incapace di staccare gli occhi di dosso al religioso.

“Et hora, fratello mio, spostiamoci nella sala de li banchetti, per celebrare degnamente il tuo ritorno!” Gualtiero accompagnó l’invito con un ampio gesto delle braccia.

Servitori e convitati si avviarono verso la sala dei banchetti, con Fra pignone a chiudere la processione.

Nessuno notó che le grandi mani del religioso erano saldamente ancorate sulle chiappe di Francesca e Brunilda, né dei sorrisi maliziosi che brillavano sui volti delle dame.

—------------------------------------------------------------------------------------

L’indomani, nella tarda mattinata, Ranocchio si aggirava per i quartieri nobili alla ricerca di qualcosa da rubacchiare. Piú simile nelle movenze a un ratto che al batrace con cui condivideva il nome, lo spiantato scudiero era diventato maestro nell’alleggerire il suo padrone e i suoi aristocratici sodali di oggetti preziosi e non. Rifuggiva da oggetti eccessivamente preziosi o ingombranti (la cui sparizione sarebbe risultata in estensive ricerche che avrebbero potuto incastrarlo) e si concentrava nel furto di piccoli ammennicoli di valore contenuto, la cui mancanza sarebbe potuta venire imputata alla distrazione del proprietario e della cui perdita non si sarebbero troppo doluti.

La sua ricerca - per la verità sinora scarsamente fruttuosa - lo aveva portato nelle stanze di Madonna Brunilda. Mentre rovistava nell’armadio (che assieme al grande letto a baldacchino, ad un baule ad alcuni arazzi ed ad un tavolo costituiva l’arredamento della stanza) si avvide di un curioso oggetto poggiato di lato sullo scendiletto.

Si avvicinó e lo prese in mano: si trattava del simulacro ligneo di una suora o di una regina (il manufatto era talmente brutto e male intagliato che risultava difficile identificarne il soggetto) dalla forma conica, lungo poco piú dell’avambraccio dello scudiero. Si trattava forse della prozia ammansitrice?

Incuriosito, Ranocchio prese in mano l’artefatto e questo, con somma sorpresa dello scudiero, si divise in due parti, una delle quali cadde con un tonfo sullo scendiletto.

Certo di aver combinato un pasticcio, il ladruncolo esaminó il pezzo che gli rimaneva in mano: la statuetta votiva era cava e presumibilmente fungeva da astuccio per

qualcosa che era finito sul pavimento il momento in cui Ranocchio aveva sollevato la scultura.

Incuriosito, Ranocchio si chinó a raccogliere la parte mancante e sgranó gli occhi: la parte protetta dall’astuccio conco altro non era che un voluminoso fallo ligneo, scolpito nell’ebano piú scuro, levigato alla perfezione e laccato a regola d’arte.

L’inusuale manufatto era di pregevole fattura, tanto che l’ebanista era riuscito a ricreare nel legno nerissimo alcune spesse vene che percorrevano la lunghezza dell’asta dai testicoli fino al grosso glande.

Lo scudiero degluttí.

“Hai capito l’alemanna…?” sospiró Ranocchio.

Non ebbe tempo peró di fantasticare sui possibili utilizzi dell’inusuale orpello: un rumore di passi dalle scale a chiocciola lo riportó alla realtà - doveva filare alla svelta, se non voleva venire scoperto.

Con la consueta rapidità, sgattaioló dalla camera di Madonna Brunilde verso il passaggio che conduceva alla torre maschia, dacché la tromba delle scale gli era preclusa dall’arrivo del misterioso intruso.

1 commento:

Eros ha detto...

fantastica questa serie , peccato per l'impaginazione che rende un po laboriosa la lettura , grazie per averlo postato