martedì 14 luglio 2026

FRA' PIGNONE E LA SPOSA ALEMANNA - PARTE 3 (By Guz Meyer)


 

Torna il lungo racconto Frà Pignone e la sposa Alemanna scritto ed ideato dall'amico Guz Meyer.

Che dire? sto scrivendo queste poche righe mentre all'esterno la temperatura è di 38 gradi.

Grazie a Guz  per aiutare a distrarci da questo inferno.

Donato

 


 Parte terza
Ranocchio, col cuore in gola, si inerpicó per le scale della torre e si fermó a ripigliare fiato al di fuori della cella campanaria, appoggiandosi alla spessa porta di legno massiccio.
Fu allora che udì la voce di quel buffo monaco incontrato qualche ora prima e quella che gli parve essere la Viscontessa Francesca. Il religioso stava forse ricevendo la confessione della bella dama? Ranocchio decise di socchiudere la porta e spiare i due. Ciò che vide gli fece strabuzzare gli occhi e spalancare la mascella nello stupore piú completo.
La Viscontessa Francesca era inginocchiata su di un vecchio cuscino, i grossi seni rotondi fuori dalle vesti borgogna - ambo le mani impegnate a maneggiare l’uccello piú grosso che Ranocchio avesse mai visto (escludendo quello dell’asino Baudolino). Il titanico arnese apparteneva a Fra Pignone, il quale stava in piedi dinnanzi alla nobildonna, il saio alzato e le ginocchia lievemente piegate, con il grosso cappellone che gli sbatteva ritmicamente contro il ventre voluminoso mentre le mani delicate di francesca correvano su e giú per quell’asta grottesca.

 “Et poi, et poi?” ansimó l’omone. “Et poi lo stalliere mi sollevó le gonne et prese a baciarmi le vergogne, Padre” sussurró divertita la dama” “Mmmh… Che peccatrice che siete!” Francesca, senza alterare il ritmo del suo smanacciare, portó una mano alla bocca, ne leccó le dita con lascivia e prese a massaggiare i testicoli pelosi dell’omone. “Dite che merito una penitentia, Padre?” sospiró con falsa pudicizia. Il religioso muggì di piacere mentre il ritmo della sega aumentava sensibilmente. Ranocchio dal canto suo, aveva calato i pantaloni ed aveva iniziato a masturbarsi vigorosamente - aveva sempre fantasticato su Madonna Francesca e ancora faticava a credere ai suoi occhi.
Tanto concentrato egli era sulla scena blasfema che gli si parava innanzi che non si accorse dei passi leggeri che si avvicinavano lentamente. “Madonna mia, che l’Altissimo ce scampi, orate, orate per la salvezza vostra” disse Fra Pignone mentre spingeva in maniera gentile ma ferma il capo di Madonna Francesca in direzione del proprio inguine. La Dama, nella sua posizione inginocchata, aveva intrappolato il voluminoso arnese del frate tra le poppe e stava baciando appassionatamente il glande, che per forma e colore somigliava ad una grossa prugna. I grossi seni danzavano sulla verga di Pignone mentre Francesca laboriosamente tentava, tra rumorosi risucchi e molta saliva, di impedire al religioso di soffocarla con la sua oscena, turgidissima appendice - con alterni successi.
“Per San Pompilio, orate Madama mia, orate!” La scena, grottesca ma allo stesso tempo eccitante aveva carpito totalmente l’attenzione di un infoiatissimo Ranocchio, il quale ebbe quasi un coccolone quando sentì mani gentili e delicate cingergli le spalle e afferrargli il pisello.
Lo spavento si mutó in stupore quando comprese che le dita bianche e affusolate che gli accarezzavano il petto e gli titillavano una feroce erezione appartenevano alla bella Madonna Brunilda, promessa sposa del suo cavaliere.
Lo scudiero si irrigidí al pari del suo uccello quando sentí il mento della dama appoggiarsi sulla sua spalla, i piccoli seni compressi contro la di lui schiena. Un delicato profumo si imposessó delle sue narici, mentre la teutonica fanciulla lo masturbava vivacemente. “Ma che bel ragazzo ho trovato, nicht war? Tu ti godi lo spettacolo, Ja?”. Ranocchio annuí in apnea - la sua mente gli sembrava un pezzo di selvaggina conteso da due lupi feroci: l’imperioso richiamo delle carni e l’atavico timore che ogni villano prova verso la crudele classe nobiliare. Brunilde spezzó lo stallo leccando l’orecchio dello scudiero e le ancestrali paure di classe di Ranocchio si ritirarono guaendo nell'oscurità.
Col cuore in gola, Ranocchio si lasciò trascinare per il batacchio dalla bionda dama in direzione dei suoi appartamenti, come fosse un somaro obbediente condotto per la cavezza.

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