martedì 28 luglio 2026

FRA' PIGNONE E LA SPOSA ALEMANNA - PARTE 4 (By Guz Meyer)

 


Con oggi ci prendiamo una pausa per le (im)meritate ferie estive.

Torneremo introno al 10 settembre con altri stuzzicanti fumetti e racconti erotici.

Ci vedremo a settembre anche per il seguito delle avventure di Frà Pignone ideate dall'amico Guz Meyer che ringrazio ancora!

 Donato

 


 

 

 Parte quarta
Nel frattempo, Fra Pignone aveva sollevato Francesca in un abbraccio ursino, la lunga asta che sfregava tra le cosce della nobildonna (che nulla indossava sotto la gonna ornata) e la depositó senza tanti complimenti sul solido tavolaccio della cella campanaria.
Si tolse rapidamente il saio e ignudo come un verme, sollevó le gambe di Francesca.
“Penitenziagite, madama mia, penitenziagite!” esclamó prima di tuffare il volto barbuto nel sesso di lei. La sua lingua esploró le profonditá del fiore di Francesca, soffermandosi sul suo clito, suscitando un acuto gridolino della dama. “Per Santa Federica, siete voi pentita?” chiese il religioso riaffiorando. “Si Padre, SI!” esclamó Francesca, stringendo i seni tra le mani.
Per tutta risposta Pignone si rituffó nella bagnatissima vagina di lei, la lingua un vortice inarrestabile.
La nobildonna dovette fare appello a tutto il suo autocontrollo per non gridare.
Solennemente, Fra Pignone sollevo la testa dalle cosce fradice di Madonna Francesca.
Con fare deliberato afferró il suo strale e lo appoggió contro il sesso della donna, strofinando gentilmente il glande violaceo contro le labbra di lei.
“Siete dunque pronta per la Penitenza, Dominiddio v’aiuti?”
La Dama si morse il labbro inferiore ed annuí con un mugolio.
“Penitenza sia quindi, per San Bastone!” esclamó il frate mentre il suo osceno minchione negoziava il suo ingresso nel fiore di Madonna Francesca.

 La Viscontessa soppresse un grido di trionfo.
Brunilda e Ranocchio non avevano perso tempo: rimosse vesti e orpelli una volta raggiunta la stanza della fanciulla, quest’ultima si era posta felicemente a quattro zampe mentre Ranocchio la penetrava con foga quasi animalesca - vuoi per le inusitate circostanze, vuoi per la possibilitá senza precedenti di vendicarsi delle vessazioni del Cavalier Manfredo, fornicando la di lui promessa sposa.
Ambo le parti stavano dando prova di inusitata resistenza e autocontrollo, ma un ansimante Ranocchio sentiva di stare per inoltrarsi in quel sentier “da cui non v’é ritorno” (vogliano i nostri benevoli lettori capire l’antifona) e si stava ingegnando per prolungare il piú possibile il godimento. Con terribile tempismo, qualcuno bussò alla pesante porta, interrompendo i mugolii soddisfatti di Brunilda e le imprecazioni smozzicate di Ranocchio.
Ancora in posizione compromettente, Brunilda giró il capo e lei e Ranocchio si scambiarono un’occhiata allarmata.
Lo scudiero balzó in piedi e mancando nella stanza un armadio in cui nascondersi, si appiattì contro la porzione di muro a fianco della porta, ignudo e con l’uccello in tiro. Madama Brunilda dal canto suo si avvolse in una coperta ed esclamó: “Chi est?”.

 La voce di una cameriera al di là della porta rispose “Vossignoria, Messer Manfredo é venuto a portarvi un dono.”. Ranocchio sbiancó. “Ecco…Sfortunatamente non mi sento benissimo, mi ero già messa a letto” esclamó la fanciulla, aggiungendo un paio di colpi di tosse per soprammercato.
Dalla porta giunse un indistinto vociare.
“Ecco, sua Eccellenza il Cavaliere vostro promesso insiste” annunció la cameriera.
“Solo pochi istanti, madamigella” rincaró Manfredo. “E va bene”, trilló la fanciulla, con un’occhiata a Ranocchio “ma solo pochi istanti!”
Lo scudiero si fece il segno della croce.
Ancora avvolta nella coperta, Brunilda aprí la porta , trovandosi innanzi un raggiante Manfredo, recante un piccolo arazzo.
“Mia diletta Brunilda, a pegno imperituro della mia devozione vi prego di accettare questo prezioso arazzo che mi ritrae, affinché la mia effige possa accompagnarvi ne…”.

 “Mio signore che dono stupendo, Wunderbar!” taglió corto la ragazza, afferrando senza troppe cerimonie l’arazzo. Non sapendo dove appoggiarlo, nel terrore che Manfredo si accorgesse della sua occultata nuditá, lo porse a Ranocchio, che si trovava fuori dall’arco visivo del cavaliere. Confuso, lo scudiero lo afferró e lo strinse al petto per rincuorarsi, quasi come un infante farebbe con una coperta.
Raggiante in viso, Manfredo si produsse in un profondo inchino di commiato, imitato da Brunilda. La coltre peró, non era di dimensioni sufficienti da coprire le terga della fanciulla e benché il suo promesso sposo non si fosse accorto di nulla dal suo punto di osservazione, Ranocchio ebbe piena visuale del sedere tonico e della passerina grondante della fanciulla alemanna. Lo stimolo visivo fu scatenante e lo scudiero e si sentí precipitare verso un devastante orgasmo. Colto alla sprovvista, nel disperato tentativo di mantenersi occultato, portó la prima cosa che avesse sottomano all’inguine e scaricó svariati torrenziali getti di seme su l'effigie appallottolata del suo padrone, trasformando il prezioso manufatto (pegno di imperitura devozione) in una mappina grondante sperma. Finalmente la porta si richiuse e Brunilda emise un sospiro di sollievo.
Si giró a guardare Ranocchio, notando con disappunto il suo pene penzolante ed esanime.
Con mossa felina si sedette sul letto e allargó le gambe. “Non ho ancora finito con te… Datti da fare… SCHNELL!” Intimó con un mezzo sorriso.
“Va.. va bene…” Lo sventurato rispose.
Si sdraió supino sul letto e affondò il viso tra le cosce di alabastro.

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