La nostra amica scrittrice Luisa Damore ha donato al blog un altro racconto inedito.
Anche in questa occasione Luisa ci farà leggere uno spaccato del suo vissuto quotidiano narrato con il suo consueto garbo intriso di erotismo.
Non posso che ringraziare la bravissima Luisa per l'occho di riguardo che ha per questo blog e vi invito nuovamente ad acquistare il suo libro "Dentro di me" !
Donato
L’aria nella mia piccola cucina è pesante, satura dell’aroma del caffè appena fatto e di quel profumo dolce e avvolgente che Elena si ostina a spruzzarsi addosso ogni volta che esce di casa. Vaniglia e qualcosa di più speziato, forse ylang-ylang. Lo riconosco ormai, dopo mesi passati a studiare insieme, a condividere appunti, risate e notti insonni tra libri e tazze di tè freddo. Oggi, però, c’è qualcosa di diverso. Un’energia elettrica che mi fa formicolare la pelle ogni volta che i nostri sguardi si incrociano troppo a lungo, ogni volta che le sue dita sfiorano le mie per passare un foglio o indicare una pagina del libro.
Elena è seduta di fronte a me, le gambe accavallate con quella grazia naturale che ha sempre avuto, i jeans attillati che modellano le curve dei suoi fianchi e il maglione largo che le scivola giù da una spalla, rivelando la sottile traccia del reggiseno nero. Dio, quanto vorrei morderle lì, proprio dove la stoffa si arriccia sulla pelle. Mi costringo a distogliere lo sguardo, a fingere di essere immersa nei miei appunti, ma è una lotta persa in partenza. Le sue labbra, carnose e sempre leggermente dischiuse quando è concentrata, sono a pochi centimetri dal mio viso. Basterebbe allungare la mano, sfiorarle con un dito, sentire se sono morbide come sembrano.
«Allora, Luisa, questo passaggio non mi è chiaro», dice, la voce bassa e un po’ roca, come se avesse fumato troppo la sera prima. Mi porge il libro aperto, e le sue dita sfiorano le mie quando glielo prendo. Un contatto innocente, ma che mi fa serrare le cosce sotto il tavolo. Cazzo, sono già bagnata. Sento il calore salire lungo la gola, le guance che si accendono. Cerco di concentrarmi sulle parole stampate, ma tutto ciò che riesco a vedere è la sua bocca che si muove mentre legge ad alta voce, la lingua che ogni tanto esce a bagnarsi le labbra.
«Qui dice che la variabile dipendente è influenzata da…», la sua voce si perde in un mormorio quando si sporge in avanti, il seno che preme contro il bordo del tavolo. Il maglione si abbassa appena, e intravedo il solco tra i suoi seni, la pelle lattea che contrasta con il pizzo nero. Porca puttana. Deglutisco, sentendo il mio respiro farsi più corto. «Elena, non sono sicura che stiamo parlando della stessa cosa», dico, la voce più roca del solito. Lei alza gli occhi, e nei suoi iridi castane c’è qualcosa che non è solo confusione accademica. Un lampo di consapevolezza, di complicità.
Si morde il labbro inferiore, e io seguo il movimento con lo sguardo, immaginando come sarebbe sentirlo tra i denti, tirarlo appena, farle emettere quel gemito soffocato che so già sarebbe la mia rovina. «Forse hai ragione», sussurra. «Magari dovremmo fare una pausa.» Le sue dita tamburellano sul tavolo, vicinissime alle mie. È un invito? O sto solo proiettando i miei desideri su di lei? Non importa. Non più.
Mi alzo lentamente, facendomi scivolare lo sgabello indietro con le gambe. I jeans stretti mi strofinano tra le cosce, e sento quanto sono sensibile, quanto il mio corpo sta già rispondendo a questa tensione non detta. Elena segue ogni mio movimento con gli occhi, e quando mi avvicino a lei, non si tira indietro. Le metto una mano sulla spalla, sentendo il calore della sua pelle attraverso la stoffa sottile. «Una pausa», ripeto, la voce un fil di voce. «Ma non per studiare.»
Le sue pupille si dilatano, le labbra si schiudono in un respiro tremante. Non dice nulla, ma non ce n’è bisogno. Le sue mani salgono lungo le mie braccia, le dita che si aggrappano ai miei polsi come se avesse paura che io possa cambiare idea. Come se potessi. Mi chino verso di lei, e questa volta non c’è esitazione, non c’è spazio per i dubbi. Le nostre labbra si sfiorano prima in un tocco leggero, quasi casto, poi con più pressione, più fame. La sua bocca è calda, umida, e quando la sua lingua esce a cercare la mia, gemo contro le sue labbra.
Elena risponde con un gemito strozzato, le mani che scivolano sui miei fianchi, tirandomi a sé fino a farmi sedere sulle sue ginocchia. Sento il calore del suo corpo attraverso i vestiti, il modo in cui i suoi seni si schiacciano contro i miei, i capezzoli duri che premono uno contro l’altro. Dio, quanto tempo ho sognato questo. Le mie dita affondano nei suoi capelli, li stringo appena, e lei ansima, la bocca che si stacca dalla mia solo per un secondo prima di tornare a cercarmi con più insistenza. «Luisa…», mormora contro le mie labbra, e il suono del mio nome sulla sua lingua mi fa contrarre lo stomaco.
«Shh», le dico, mordicchiandole il labbro inferiore. «Non parlare.» Le mie mani scendono lungo il suo corpo, seguendo le curve dei suoi fianchi, poi risalgono sotto il maglione. La sua pelle è liscia, calda, e quando le mie dita sfiorano il bordo del reggiseno, lei inarca la schiena, spingendo il seno contro il mio palmo. Cristo, è perfetta. Le sfilo il maglione con movimenti goffi, impazienti, e quando finalmente la vedo in reggiseno, con i capezzoli che premono contro il pizzo nero, mi viene l’acquolina in bocca. Mi chino, catturando uno dei suoi capezzoli tra le labbra attraverso la stoffa, e lei sobbalza, le unghie che mi graffiano le spalle.
«Cazzo, Luisa», ansima, la voce rotta. Le sue mani sono dappertutto—nei miei capelli, sulla mia schiena, che mi stringono a sé come se avesse paura che io possa scomparire. Io continuo a baciarle il collo, a mordicchiarle la clavicola, mentre le mie dita lavorano per slacciarle il reggiseno. Quando finalmente i suoi seni sono liberi, li prendo entrambi nelle mani, sentendo il peso perfetto, la pelle setosa sotto i polpastrelli. I capezzoli sono duri, scuri, e quando li sfioro con il pollice, lei si inarca contro di me, un gemito lungo e rotto che le sfugge dalle labbra.
«Li vuoi in bocca, vero?», chiedo, la voce un ringhio. Non aspetto la sua risposta. Mi abbasso, catturando un capezzolo tra le labbra, e quando la mia lingua lo sfiora, Elena grida, le dita che mi stringono la testa con forza. «Sì, sì, proprio così», farfuglia, il corpo che trema sotto di me. La succhio con forza, poi passo all’altro, alternando baci e morsi leggeri, mentre le mie mani scendono lungo il suo ventre, verso la cintura dei jeans.
Le slaccio i pantaloni con dita tremanti, sentendo il calore che emana da lì, l’umidità che già intravedo. Quando le mie dita sfiorano il tessuto delle sue mutandine, bagnate e appiccicose, Elena ansima, le gambe che si aprono appena per darmi più accesso. «Sei già fradicia», sussurro contro la sua pelle, mentre le mie dita tracciano il contorno delle sue labbra attraverso la stoffa. «Dimmi quanto lo vuoi.»
«Ti prego», gemette, la voce rotta dal desiderio. «Non posso più aspettare.»
Non ho intenzione di farla aspettare. Con un movimento rapido, le sfilo jeans e mutandine, lasciandola nuda dalla vita in giù, le cosce aperte e tremanti. L’odore del suo eccitamento mi riempie le narici—dolce, muschiato, perfetto—e quando mi inginocchio davanti a lei, sento la mia stessa eccitazione colarmi lungo le cosce. Non ho mai desiderato niente quanto desidero lei in questo momento.
Le allargo le gambe con delicatezza, ammirando la vista della sua figa bagnata, le labbra gonfie e lucide, il clitoride già tumido che sporge tra le pieghe. «Sei bellissima», dico, la voce roca. Poi, senza aspettare oltre, mi avvicino e lecco lungo tutta la sua fessura, dalla base fino al clitoride. Elena grida, le dita che mi affondano nei capelli, le cosce che si stringono intorno alla mia testa. «Dio, sì! Proprio lì!»
La lecco di nuovo, questa volta con più pressione, la lingua che traccia cerchi intorno al suo clitoride prima di catturarlo tra le labbra e succhiarlo con forza. Le sue gambe tremano, il suo corpo si inarca contro la mia bocca, e io continuo a leccarla, a succhiarla, le mie dita che scivolano dentro di lei senza resistenza. È stretta, bagnatissima, e quando incurvo le dita per strofinarle quel punto sensibile all’interno, sento le sue pareti contrarsi intorno a me.
«Luisa, sto per…», ansima, ma non finisce la frase. Il suo corpo si irrigidisce, e poi viene, un orgasmo violento che la fa tremare, i suoi succhi che mi colano sul mento mentre continua a gemere, le unghie che mi graffiano la pelle. Io non mi fermo, continuo a leccarla, a succhiarla, fino a quando non si accascia contro lo schienale della sedia, il respiro affannoso, gli occhi semichiusi.
Mi alzo lentamente, passandomi il dorso della mano sulla bocca, assaporando il suo gusto sulle labbra. Elena mi guarda con occhi annebbiati dal piacere, ma c’è ancora fame in loro. «Ora tocca a te», dice, la voce un sussurro roco. Non ho nemmeno il tempo di rispondere che mi afferra per i polsi e mi tira giù, facendomi sedere sulle sue ginocchia. Le sue mani sono ovunque—sui miei seni, tra le mie cosce, che mi slacciano i jeans con movimenti frenetici.
Quando finalmente sono nuda come lei, mi solleva come se non pesassi nulla e mi adagia sul tavolo della cucina, spingendo via libri e appunti con un gesto brusco. «Voglio assaggiarti», dice, la voce un ringhio. Poi si inginocchia davanti a me, e quando sento la sua bocca calda sulla mia figa, chiudo gli occhi e mi abbandono al piacere, sapendo che questa notte non finirà finché non saremo entrambe sazie, sudate, e completamente distrutte l’una dall’altra.

1 commento:
bellissimo racconto , Luisa che scrittrice !!
grazie per averlo pubblicato
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